Green economy, la Cina fa meglio degli USA

n recente studio del World Resources Institute (WRI) di Washington, realizzato da Deborah Seligsohn, rivela la portata e le reali dimensioni dell’impegno governativo cinese nella lotta ai cambiamenti climatici. Emergono inoltre, per contrasto, tutti i limiti e le difficoltà dell’ambizioso piano statunitense, che da qualche mese è impantanato al Congresso a causa dell’ostruzionismo incrociato di democratici e repubblicani.

Un dato è certo: a partire dal 2006, le emissioni complessive di CO2 della Cina hanno iniziato a superare quelle degli Stati Uniti. D’altra parte però la quantità di CO2 procapite di un cinese è circa un quarto rispetto a quella prodotta da un cittadino statunitense. E come si può vedere nella tabella sottostante, anche facendo riferimento alle stime per il 2030 risulta evidente che le principali responsabilità nella crisi energetica e climatica siano da attribuire ai consumi insostenibili dei cittadini dei paesi industrializzati, in particolare degli USA.
In questi ultimi mesi il governo cinese sta definendo i dettagli del 12° Piano quinquennale, che partirà nel 2011 e poggerà le proprie basi sugli importanti risultati già ottenuti. Infatti  nel 2005 la Cina si era posta l’obiettivo di ridurre l’intensità energetica nazionale complessiva del 20% entro il 2010.

La misura macroeconomica nota come intensità energetica è una misura dell’efficienza energetica del sistema economico di una nazione. Viene calcolata come unità di energia per unità di prodotto interno lordo (fonte: wikipedia).
E i risultati ci sono stati: l’energia utilizzata per unità di PIL è stata ridotta del 1,8% nel 2006, del 4% nel 2007 e 4,6% nel 2008. Nella prima metà del 2009, la riduzione è stata del 3,35% e con questo ritmo la Cina potrebbe davvero raggiungere nel 2010 l’obiettivo prefissato. Tali livelli di riduzione dell’intensità energetica corrispondono da soli a circa 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 in meno rispetto allo scenario tendenziale BAU (business as usual).

Sul fronte della produzione di energia elettrica, invece, occorre ricordare come a partire dal 2008 tutte le centrali a carbone di nuova costruzione debbano per legge essere realizzate utilizzando tecnologie che rappresentano (almeno) lo stato dell’arte commercialmente disponibile. Risultato: la maggior parte delle centrali a carbone di ultima generazione si trovano oggi in Cina. Non sorprende più di tanto quindi scoprire che l’efficienza media dell’intero parco termoelettrico a carbone cinese (35%) ha oggi un’efficienza superiore a quella statunitense (33%), dipendente ancora da centrali obsolete e di vecchia data.
Fonte: Nextville
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