Inquinamento indoor
Numerosi sono stati gli interventi normativi succedutisi nel tempo al fine di definire standard di qualità accettabili per l’ambiente e, in particolare, per l’ambiente urbano che, a causa della congestione del traffico auto veicolare e degli impianti di climatizzazione in zone ad alta densità abitativa, risulta essere il più sensibile ai fenomeni di accumulo di inquinanti, favorito anche da particolari situazioni meteo-climatiche. Tali misure, tendenti principalmente a regolare in quantità e qualità l’intensità delle sorgenti emissive, hanno permesso negli anni un effettivo e consistente miglioramento della qualità dell’aria esterna, in particolare per quanto riguarda determinati parametri (piombo, SO2, BTX, ecc.) mentre per altri (O3, PM10 ecc.) si stenta a formulare validi interventi atti a dare risultati di lungo periodo. Tuttavia, ormai da diverso tempo, si affaccia un problema di ben maggiore consistenza e complessità: quello degli ambienti confinati non industriali. Tale problema è quello di maggior consistenza per quanto riguarda la salute umana; è stato infatti valutato che circa il 90% della nostra vita si svolge in spazi chiusi: la casa, il treno, l’autobus o l’auto privata, l’ufficio, la scuola, il ristorante, il negozio o il supermercato e così via. Bisogna poi ricordare che alcune categorie a rischio (anziani, neonati) trascorrono a volte il 100% del tempo in tali ambienti, e sono quindi esposti 24 ore al giorno agli “inquinanti indoor”. La maggior complessità è legata e conseguente alla varietà delle tipologie dei menzionati ambienti “indoor”. In essi si ha infatti un’incredibile varietà di potenziali sorgenti di emissione, legate alla tipologia dei materiali e degli arredi presenti, alla quale si aggiunge senz’altro il contributo dell’aria esterna che, a seconda anche della periodicità del ricambio d’aria, può essere sia un diluente che allontana e disperde le emissioni dai materiali interni, sia una fonte di apporto di inquinanti esterni. Storicamente la presa di coscienza dell’inquinamento “indoor” esplode nei primi anni ’70, quando si inizia a parlare della cosiddetta “Sindrome dell’Edificio Malato” o SBS (Sick Building Sindrome). Nei grandi edifici adibiti ad uso ufficio, dove spesso il ricambio d’aria veniva assicurato solo dall’impianto di condizionamento, cominciarono a manifestarsi tra gli impiegati, sintomi, a volte generici ma piuttosto diffusi, di malessere che cessavano quando gli stessi uscivano all’aria aperta. Tra gli impiegati i sintomi compaiono solitamente durante gli orari di lavoro e diminuiscono o scompaiono quando gli individui lasciano l’edificio. Gli studi su casi di SBS forniscono importanti informazioni riguardo ai problemi riscontrati dai ricercatori nello sforzo di trovare evidenti relazioni tra i vari tipi di inquinamento indoor e la salute. Per un certo periodo si è pensato che l’esposizione ai COV (composti organici volatili) potesse essere la principale causa di SBS; tale idea era basata sui risultati di studi sperimentali nei quali i soggetti, se esposti a miscugli di COV, mostravano sintomi comunemente associati alla SBS. Recentemente è stata posta attenzione al ruolo che la ventilazione, all’interno degli edifici, può avere nei riguardi della SBS; si dibatte ancora parecchio su come la climatizzazione possa esserne una delle cause. Senza ombra di dubbio, l’aria calda e viziata è una situazione comune nella SBS, in quanto gli studi suggeriscono che sia da preferire una ventilazione efficiente; comunque l’esatto ruolo della ventilazione negli edifici all’interno di questo fenomeno non è ancora ben chiaro, ed i risultati degli studi effettuati sono spesso in conflitto, sebbene molti abbiano riscontrato una riduzione dei sintomi prevalentemente associata all’incremento della ventilazione dell’aria esterna. L’insorgere di tale problema è stato un importante stimolo per il mondo della ricerca ad andare a valutare situazioni ambientali indoor, ed in particolare quelle domestiche, che nell’immaginario collettivo sono legate ad un’idea di salubrità, nonostante ciò non sia confermato dai dati analitici. Le maggiori cause di inquinamento in ambienti confinati sono:
1) l’emissione da parte dei materiali (COV, formaldeide, Radon, Amianto, Metalli pesanti, tutti inquinanti cancerogeni),
2) la produzione da parte dell’uomo e delle sue attività (fumo di tabacco, virus e batteri, muffe e funghi, sostanze provenienti da detersivi, insetticidi e prodotti per l’igiene personale, sostanze provenienti dalla cottura dei cibi e dalle combustioni in genere, quali IPA –Idrocarburi Policiclici Aromatici, ossidi di azoto, monossido di carbonio, COV, tutti irritanti e/o cancerogeni e anche l’anidride carbonica che, pur non essendo un inquinante, può incidere sulla concentrazione ed inoltre può essere utilizzata come indicatore dell’affollamento),
3) l’aria esterna (inquinanti quali ossidi di azoto, ossidi di zolfo, COV, ozono, materiale particolato, tutti irritanti e/o cancerogeni).
Nel documento “La tutela e la promozione della salute negli ambienti confinati” preparato dal Ministero della Sanità- Dipartimento della Prevenzione gli inquinanti indoor vengono suddivisi in 3 categorie:
1. inquinanti chimici: ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, ozono, materiale particolato, COV, benzene, formaldeide, IPA, fumo di tabacco ambientale (ETS), fumo di legna, antiparassitari, amianto e fibre minerali sintetiche;
2. inquinanti fisici: radon,rumore, campi elettromagnetici;
3. inquinanti microbiologici: acari, allergeni da animali domestici, muffe e funghi e allergeni outdoor, quali pollini, ecc.
Recentemente la Comunità Europea ha finanziato un progetto (INDEX- Critical Appraisal of the setting and implementation of indoor exposure limits in the EU) volto all’individuazione degli inquinanti chimici prioritari in ambito indoor che sono risultati essere:
• formaldeide (effetto cronico-cancerogeno),
• monossido di carbonio (effetto acuto-tossico),
• biossido di azoto (effetto acuto-irritante, tossico),
• benzene (effetto cronico-cancerogeno),
• naftalene (effetto acuto-irritante, tossico).
E’ da tenere in considerazione che in questo progetto sono stati volontariamente esclusi dalla discussione gli inquinanti già regolati da linee guide o normative, quali per esempio radon, amianto e fumo di tabacco. Nel 2009 infine sono state pubblicate le “WHO guidelines for indoor air quality: dampness and mould”, all’interno delle quali viene studiato il problema della muffa e vengono suggeriti dei metodi per evitarne la formazione e conseguentemente tutelare la propria salute. [nonsoloaria]
