Rumore

Il fenomeno del rumore è da diversi anni fonte di preoccupazione non solo da parte di tecnici e studiosi, ma anche del comune cittadino, in quanto costituisce una turbativa dell’equilibrio ecologico, pericoloso fattore di insalubrità ambientale, e quindi una minaccia per la salute. Non tutte le emissioni sonore provocano danni all’ambiente, ma solo quelle aventi determinate caratteristiche (in relazione alla loro natura, tipologia, frequenza, intensità, durata, ecc.) che comportino il superamento della soglia del mero “disturbo”. È importante distinguere tra semplice “emissione sonora”, che realizza comunque un’interruzione del silenzio, il “rumore”, inteso come una perturbazione della quiete, ed infine il vero e proprio “inquinamento acustico o fonico”, fenomeno ben più ampio e complesso che potrebbe definirsi come l’insieme dei rumori prodotti in un determinato contesto spazio-temporale, idoneo a porre in pericolo la salute di chi li percepisce ed a compromettere la qualità dell’ambiente. In città l’inquinamento acustico è un fenomeno in crescita e, se numerose sono le fonti di rumore all’interno delle abitazioni (attività umane, TV, radio, elettrodomestici, impianti idraulici, ecc.), è però dall’esterno che arriva il disturbo maggiore (traffico automobilistico, ferroviario, aeroportuale, insediamenti industriali, o artigianali, ecc.). Solo negli ultimi anni si è sviluppata la consapevolezza del pericolo che l’inquinamento acustico rappresenta per la salute umana. La differenza che esiste tra l’esposizione al rumore negli ambienti di lavoro e quello negli ambienti di vita è la seguente:

• negli “ambienti di lavoro” è da tempo consolidata la cultura della valutazione dei rischi prima della messa in opera delle attività industriali con tecniche di misura standardizzate e quindi la messa in opera delle misure atte al contenimento dei rischi stessi qualora si identifichino situazioni di rischio per la salute umana.

• negli “ambienti di vita” viceversa esiste pochissima consapevolezza dei pericoli per la salute ai quali il rumore può condurre.

Negli “ambienti di vita”, inoltre, bisogna distinguere l’esposizione volontaria da quella involontaria.

• Per esposizione volontaria intendiamo quella derivante, ad esempio, da eventi liberamente scelti che producono rumore: la caccia, il ballo in discoteca, l’uso di motociclette, uso di impianti di amplificazione ad alto volume, l’uso di auricolari ad alto volume, ecc.

• Per esposizioni non volontarie dobbiamo invece pensare al rumore del traffico, cantieri stradali, edili, piccole aziende artigianali, rumori derivanti da attività ricreative soprattutto estive (manifestazioni di piazza, musica, impianti di climatizzazione, ecc.).

La potenza sonora indica l’energia che si libera da una sorgente che emette onde sonore, le frequenze delle onde sonore si esprimono in Hertz. L’orecchio umano non presenta una sensibilità lineare alle varie frequenze. Per raggiungere la stessa sensazione sonora è necessaria un’ energia minima per le frequenze da 1000 a 4000 Hz, maggiore per le altre. L’orecchio ha limiti di udibilità variabili negli individui. Generalmente tale variabilità è compresa fra le frequenze da 20 e 20000 Hertz. Il nostro apparato uditivo è in grado di percepire una vasta gamma di valori di potenza sonora. In una scala lineare si copre un campo di escursione che va da 1 a 1 012, per questo motivo è stata definita una unità di misura della potenza sonora detta Bell. Tale unità di misura, o meglio la sua decima parte, il decibel (dB) rappresenta l’intensità relativa del suono cioè una unità di misura priva di dimensione. Adattando le diverse intensità sonore alla capacità di risposta dell’orecchio umano è stata costruita un curva che mima la risposta uditiva dell’uomo: essa viene detta curva A e i decibel (dB) misurati dalle apparecchiature (fonometri) corrette secondo la curva A esprimono con esattezza quello che il nostro orecchio percepisce; vengono chiamati dBA e in tal modo è possibile valutare il rumore non come entità fisica ma come sensazione sonora. L’emissione di un suono è in genere variabile in maniera istantanea, ma diventa difficile fare delle misure istantanee per valutare la fluttuazione dell’ energia sonora. A tal fine è stata adottata un’altra unità di misura il Leq (livello equivalente). Esso rappresenta il livello in dB, solitamente dBA, di un rumore che si ipotizza o si rende costante in un intervallo di tempo. Il Leq è quindi l’entità del rischio cui può essere esposto un lavoratore o un cittadino. L’ esposizione effettiva invece è in funzione del tempo di permanenza della persona ai vari rumori presenti nell’ambiente. Infatti per i lavoratori esiste un parametro ben definito, il Lep, che ci indica i dBA corretti per la quantità di tempo dell’esposizione lavorativa. I più frequenti organi bersaglio interessati in condizioni di stress acustico che non raggiungano livelli di pressione sonora tali da interessare direttamente l’organo dell’udito, sono:

• Apparato cardiocircolatorio (ipertensione, ischemia miocardica)

• Apparato digerente (iperclorodria gastrica, azione spastica sulla muscolatura liscia)

• Apparato endocrino (aumento della quota di ormoni di tipo corticosteroideo)

• Apparato neuropsichico (quadri neuropsichici a sfondo ansioso con somatizzazioni, insonnia)

• Affaticamento, diminuzione della vigilanza e della risposta psicomotoria

Gli effetti su tali organi bersaglio sono anche detti “effetti extrauditivi”. La somma delle fonti interne ed esterne (traffico stradale, ferroviari, aereo, ecc.) di rumore può determinare situazioni di disagio, fino a portare a un vero e proprio stress auditivo. Oltre al rischio auditivo, situazioni di eccessivo rumore generano un’azione negativa anche sulle capacità di concentrazione e quindi sul modo corretto di percepire e di rapportarsi con eventuali situazione di pericolo. Nell’effettuare le misure atte a controllare l’entità dell’impatto sonoro sulla salute delle persone esposte in quel determinato ambiente è necessario rifarsi sempre a condizioni di misura standardizzate in numerose norme internazionali allo scopo di poter confrontare i dati tra di loro. Uno dei punti di riferimento più autorevoli in tale ambito è costituito dalla raccomandazione ISO (International Organization for Standardization) n. 1999, da cui risulta che 85 dBA è il valore massimo ammissibile per evitare danni uditivi in generale; volendo considerare anche i disturbi extrauditivi provocati dal rumore, si devono prendere altri valori di riferimento in funzione dell’impegno mentale richiesto dalla funzione svolta. Si ritiene che il livello ideale di rumorosità in un ufficio, per la prevenzione dei danni extrauditivi da rumore, non debba essere superiore a 60-65 dBA, con un rumore di fondo non superiore ai 55 dBA. Negli ambienti dove si effettuano conversazioni telefoniche il valore limite per esposizione di 8 ore al giorno può essere di 65 dBA, negli uffici in generale di 60 dBA e negli ambienti dove viene richiesto un grande impegno mentale non dovrebbe superare i 50 dBA. [“I quaderni della formazione ambientale. Aria” APAT]


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